22
Giu
2015

Di Serbia, giovani e futuro

Il prezzo che il calcio serbo deve pagare per avere così tanti talenti è la mediocrità del proprio campionato. Se i risultati sono questi però, perché non sacrificare l’importanza della Superliga per avere le nazionali più forti e i settori giovanili più produttivi del continente?

Se una nazione di sette milioni di abitanti può vantare il tennista più forte del mondo, degli eccellenti giocatori di basket, pallamano e pallanuoto e degli ottimi calciatori significa che alla base, prima di allenatori, preparatori e strutture, c’è una grande cultura sportiva. L’estesa diffusione dello sport in un piccolo stato come la Serbia genera da sempre risultati sopra la media. Una predisposizione fisica alla resistenza e alla forza, una tenacia derivata dal concetto di eroicità, conosciuta negativamente dall’Europa durante le guerre jugoslave e che troppo spesso diventa il più estremo dei nazionalismi, e la semplice fame di vittorie costituiscono una parte importante della causa dei successi e delle sconfitte dei serbi.

Per quanto riguarda il calcio, esistono dei grandi settori giovanili – non solo Partizan e Stella Rossa – nei quali ogni anno vengono registrate altissime percentuali di affluenza, sempre costante. Nelle società esiste ancora la vecchia figura dell’allenatore/padre – in genere ex calciatori dai quaranta ai settant’anni – che non si limita soltanto ad allenare i ragazzi, ma li aiuta anche a non farsi trovare impreparati quando entreranno nel vero calcio professionistico, prima serbo e poi europeo. Sono allenatori ma prima di tutto maestri e avendo a che fare praticamente da sempre con la popolarità del calcio sono fra i migliori preparatori e allenatori d’Europa.

Non è una semplice generalizzazione: da una decina di anni sono le nazionali giovanili a portarsi in spalla la pesante tradizione del calcio serbo. I club sono tenuti in piedi per miracolo, non sono competitivi e non conoscono successi da molto tempo. La nazionale maggiore, nonostante un’ottima rosa di giocatori convocabili, delude le aspettative puntualmente da diversi anni e dal 2010 non si qualifica ad una fase finale di una competizione internazionale. Questo perchè in Serbia quando il calcio diventa grande e conosce i milioni e gli stadi pieni perde gli aspettivi positivi da cui è nato e si circonda di nazionalismo e di oscuri dirigenti.

A tenere in piedi il vecchio e stanco prestigio del calcio serbo quindi sono solo le nazionali giovanili. Nel 2013 l’under 19 ha vinto gli europei di categoria, il primo trofeo dall’indipendenza, e nelle ultime sei edizioni del torneo, la Serbia è arrivata quattro volte fra le prime quattro classificate. Oggi, molti giocatori di quella squadra (Rajković, Milinković-Savić, Veljković, Gaćinović, Maksimović) sono diventati la colonna portante della nazionale under 20 che vinto la Coppa del Mondo in Nuova Zelanda.
Molto probabilmente, se il campionato serbo fosse più competitivo e attraente le nazionali giovanili non avrebbero mai vinto tutto quello che hanno conquistato negli ultimi anni e non ci sarebbbe nemmeno così tanta qualità. Sedici dei venticinque giocatori convocati ai mondiali under 20 giocano in Superliga: sono titolari da un paio di anni, giocano una trentina di partite a stagione e alcuni di loro hanno già esperienza internazionale. Sanno già cosa vuol dire far parte di una squadra, da titolari.

È questo il prezzo da pagare per avere così tanti giovani talentuosi e un sistema che sa tirare fuori il meglio da ognuno di loro: un campionato mediocre giocato da squadre senza la minima disponibilità economica che per poter presentare una rosa completa ogni anno devono per forza far giocare in prima squadra tutti i miglior giovani dei loro vivai.
Se anche la federazione, con l’aiuto del governo, riuscisse a dare una ripulita e riorganizzare completamente il movimento calcistico, nel 2015 i piccoli campionati hanno poche possibilità di crescere e rimangono piccoli. Ci potranno essere annate più o meno fortunate ma nessun giocatore europeo accetterebbe volentieri un trasferimento a Belgrado o a Novi Sad.
Le squadre serbe non saranno mai all’altezza delle altre squadre europee ma potranno sopravvivere facendo giocare i giovani, gli stessi giovani che in questa situazione beneficiano delle difficoltà del campionato nazionale.

Ad oggi quindi, il calcio serbo (non le società) ha un enorme potenziale. I settori giovanili nazionali lavorano molto bene: quello del Partizan è il secondo in Europa – dietro alla cantera del Barcellona – per numero e qualità di giocatori cresciuti. La Stella Rossa sta cercando di riorganizzarsi e oggi può contare su diverse ottime prospettive, Luka Jovic su tutti ma anche Rajković, Jovanović e Grujić. Altre squadre come Vojvodina (Gaćinović e Babić), RAD e OFK Belgrado (Zdjelar, Gajić e Antonov) danno il loro contributo ogni anno e almeno un giocatore serbo per ogni campionato europeo è cresciuto in una di queste squadre.
Tanti paesi simili non hanno nè un campionato competitivo, nè delle nazionali di qualità. In Serbia c’è qualcosa da salvare.

 

 

In copertina: Vukašin Jovanović (FIFA U-20 World Cup)