15
mag
2015

Come si spiega la crisi del calcio ungherese?

In vent’anni, dalla nazionale più forte del mondo, dai club più forti d’Europa, al nulla più assoluto. Perchè il calcio ungherese è praticamente scomparso da più di quarant’anni?

Il calcio ungherese è uno dei temi più trattati qui su Nogometni. Abbiamo scritto di alcuni suoi vecchi protagonisti e della situazione in cui si trova oggi. Manca ancora l’argomento più importante, però: com’è possibile che l’intero movimento calcistico ungherese non abbia alcun tipo di rilevanza in Europa? E perchè negli ultimi anni abbiamo visto aumentare la presenza di squadre minori in competizioni europee mentre le ungheresi restano ancora pressochè sconosciute?
Se si considera l’importanza economica dell’Ungheria, la poca rilevanza del calcio nazionale non si spiega. Nell’area balcanica-danubiana Budapest è uno dei centri urbani più importanti e l’Ungheria una delle nazioni più ricche. I segni del passato sovietico sono ancorà ben visibili, ma non più che nei paesi confinanti.
Nazioni più piccole e povere come Slovenia, Bielorussia, Slovacchia, Moldavia e Bulgaria da alcuni anni hanno sempre qualche squadra in Champions o in Europa League. Insomma, c’è qualcosa che non torna.

Alcuni credono che il calcio ungherese cessò di esistere il giorno della finale della Coppa del Mondo 1954 persa contro la Germania. Altri rivedono la fine nella rivolta popolare contro il regime sovietico del 1956. Di certo, c’è solo una cosa: il calcio in Ungheria è sempre stato controllato e usato dallo Stato e di conseguenza è li che bisogna guardare per trovare le cause principali della sua lunga crisi.

Il calcio ungherese arrivò ad essere negli anni quaranta e cinquanta il migliore d’Europa grazie ad una generazione di dirigenti, allenatori e giocatori eccezionali e sopra la media dell’epoca. Il calcio giocato dagli ungheresi ha anticipato quella che sarebbe poi diventata la modernità: pallone attaccato ai piedi, pochi lanci lunghi e tanti passaggi, ritmi altissimi ed elevate abilità tecniche.


La velocità e lo stile di gioco degli ungheresi stonano completamente con le immagini. Solo gli avversari ci riportano negli anni cinquanta.

 

Quindi, ricapitolando, siamo nei primi anni cinquanta e il calcio ungherese, in Europa, non ha rivali. La nazionale ha un seguito enorme.
Nell’estate del 1954 però, l’Ungheria perde inaspettatamente la finale della Coppa del Mondo. Una popolazione già provata, prima dalla guerra poi dalla povertà, e dalle condizioni di vita molto difficili, non riesce ad accettare facilmente la sconfitta. Alcuni credono che il regime abbia manipolato in qualche modo il risultato. Si verificano piccoli disordini e si diffonde un timido sentimento di contestazione. Poi però tutto sembra finire.

Due anni dopo scoppia la Rivolta ungherese, che durerà circa due mesi e causerà quasi tremila morti e l’espatrio di circa trecentomila persone. Lì finisce anche la storia dell’Aranycsapat: quasi tutti i giocatori più imporanti (Ferenc Puskás, László Kubala, Zoltán Czibor e Sándor Kocsis) non torneranno mai più in patria, almeno come calciatori.
Tuttavia, in Ungheria rimangono ancora campioni come Nándor Hidegkuti, Gyula Grosics e László Budai e il livello del campionato rimane accettabile.
Dieci anni dopo la fine della rivolta, Florian Albert, figlio della nuova generazione, vincerà il Pallone d’Oro pur giocando per tutta la carriera in patria, con il Ferencváros. Ma ormai la cultura calcistica in Ungheria sta scomparendo.

Il calcio magiaro, da inizio secolo e fino ai primi anni novanta, è sempre stato controllato dallo Stato: legittimo, dittatoriale o imposto che sia. Ogni squadra è sempre stata associata e controllata da organi statali: in genere dai ministeri ma anche da militari e forze dell’ordine. Dopo la finale del 1954 il regime socialista capisce che il calcio può essere molto pericoloso per l’ordine e per la sopravvivenza stessa del regime. Finita la rivolta cessa ogni tipo di propaganda calcistica. L’intero movimento viene trascurato, gli investimenti azzerati e gli organi statali non forniscono più nessun tipo di supporto. Nel giro di dieci anni la fiamma accesa dall’Aranycsapat si spegne per sempre.
Quando, nel 1989, l’Ungheria diventa di fatto indipendente, le condizioni delle società di calcio sono ancora completamente ferme a cinquant’anni prima. La popolarità del calcio è quasi sparita e la cultura dello sport con essa. Le infrastrutture, se esistono, si limitano alle spoglie gradinate costruite nel dopoguerra. Nessun privato ha mai gestito un club e nessun vuole farlo ora: servirebbero troppi soldi per sistemare tutto e il paese viene fuori da quarant’anni di socialismo.

Negli anni novanta il calcio ungherese non conosce ancora l’evoluzione e anzi perde ancora più terreno di quanto non ne abbia già perso. I più importanti campionati europei cominciano a svilupparsi sempre più velocemente e chi perdeva terreno prima adesso ne perde il doppio. Se il punto più alto è la finale mondiale del ’54, il punto più basso viene raggiunto il 29 ottobre 1997 al Flórián Albert Stadion di Budapest: Ungheria 1 - Jugoslavia 7.

 

Nel frattempo altri sport guadagnano molta popolarità: pallanuoto, kayak, pallamano, arti marziali e combattimento. Il calcio viene seguito da pochi e con scarso interesse.
Neanche il caso viene in aiuto dell’Ungheria: nessun grande talento su cui riporre qualche speranza, solo qualche giocatore modesto in un mare di mediocrità.

Ci vorrannò altri dieci anni prima che governo e imprenditori decidano di intervenire seriamente per cercare di far uscire il calcio ungherese da una crisi lunga cinquant’anni.

 

- Il calcio di Viktor Orbàn

 

 

In copertina: il Puskás Ferenc Stadion di Budapest

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